LA CERTEZZA DEL LUOGO IN CUI DIO MI HA MESSO!

Sono Elma, coordinatrice della Casa Novella, condivido con voi la certezza del luogo in cui Dio mi ha messo.

Questo mese dovrei essere in ferie, ma nonostante questo ho chiesto di posticiparle a causa delle domande interne di lavoro e alle questioni giudiziarie, avevo programmato solo un viaggio con mio nipote e mia figlia dal 18 al 25 marzo, eppure esattamente il giorno 18 marzo 2020, già pronti per andare all’aeroporto, un’educatrice mi ha chiamato dicendo che una delle nostre neonate aveva avuto la febbre alla mattina presto ed era un caso sospetto di coronavirus (un male che attualmente ha colpito il mondo intero) e sarebbe dovuta restare in isolamento. Così ho deciso di prendere le valigie e di andare alla Casa Novella.

Sono rimasta con la bimba al piano di sopra nella sala delle riunioni, sono entrata in contatto con il sistema giudiziario, ho spiegato la situazione ed ho chiesto loro di intervenire insieme al giudice visto che la coppia che l’avrebbe adottata stava già facendo l’adattamento e avrebbero desiderato portarla a casa anche malata, inoltre nella Casa Novella non c’era modo per fare l’isolamento in maniera adeguata. Non appena è stato concesso che la piccola andasse nella sua nuova casa, mi è sorta la preoccupazione per il resto dei bambini e del personale davanti all’attuale scenario che stiamo vivendo nel paese.

In tutto questo la mia domanda era solo una: “Cos’è che il Signore si aspetta da me?”. Mi sono ricordata che alcuni anni fa, quando ero ancora molto giovane, Rosa mi disse: Mi piace il modo in cui curi i tuoi alunni senza paura di dire loro le cose, anche per me è così: quando credo in qualcosa, come un bene più grande, ribalterei il mondo se fosse necessario.

Sono rimasta alcune ore a tentare di trovare la miglior soluzione e ho detto al personale di turno nell’ora del caffè che quello che volevo era stare nella Casa Novella per curare i bambini e seguire le indicazioni di isolamento. Poi, dopo poco tempo abbiamo ricevuto due sorelle che erano malate, una con un’influenza forte e un’altra con una bronchite e principio di polmonite che ha finito per infettare tutti gli altri bambini ed alcuni dipendenti. Immediatamente Jackson, uno dei dipendenti, ha detto: “Cavolo! Io ci sto davvero a vivere qua con te, è qui che voglio vedere se qualche virus ci prende”.

Il mio cuore ha cominciato a battere forte in questo momento, perché c’era qualcun altro che voleva rischiare di nuotare contro corrente per salvare vite: una cosa del genere causa davvero scandalo in molta gente. La mia risposta a questo giovane di 19 anni è stata: “Ok, proviamoci. Vai a casa tua, prendi la tua valigia, io ti aspetto: cominciamo oggi”.

Non appena lui è uscito, sono andata a pregare perché desideravo avere la certezza che non si trattasse di emozione, ma di ragione di fronte alla realtà. Alla fine Dio mi ha dato un ruolo di responsabilità nei confronti di altre persone, durante la preghiera tre cose sono sorte nei miei pensieri e sono entrate nel mio cuore come una freccia:

  • Mi sono ricordata che sono vedova e che non ho un marito a casa ad aspettarmi alla fine della giornata, questo mi ha dato conforto perché in questi (quasi) 17 anni ho avuto fede nel fatto che Dio lo avesse chiamato così presto per qualche motivo speciale, ma non avevo ancora capito perché e in quel momento era come se mi fosse arrivata la risposta: qui, ora, è il suo posto, in questo momento.
  • Ho pensato alle parole di Padre Gigio: “Figlia mia, non sposarti di nuovo, il Signore ha bisogno di te da vedova”.
  • Avevo bisogno almeno di una persona in più ed ho pensato a Paloma, che come Jackson ha appena 19 anni. Ho finito la mia preghiera e l’ho contattata immediatamente: mi ha detto di sì senza doverci pensare, mi ha chiesto solo qualche ora per preparare la valigia.

Così abbiamo iniziato, in quello stesso giorno, la nostra nuova giornata. Sapevo che non sarebbe stato facile, ma dovevo per lo meno provarci, dato che le ultime notizie dei media parlavano dell’aumento dei casi di persone infettate e davanti a questi fatti guardo sempre Jackson e Paloma che dicono:

Grazie a Dio che siamo qui, perché abbiamo la certezza che siamo protetti oltre a poter proteggere i bambini, noi siamo felici!.

All’inizio non è stato per niente facile, avevo con me due giovani con cui desideravo stare in maniera sincera e integrale sin dal profondo del cuore. Come primo passo di un cammino educativo davanti alla loro poca esperienza, abbiamo dovuto ritagliare dei momenti per parlare della nostra condotta e delle nostre azioni come ad esempio gridare con i bambini. Eppure, in una di queste conversazioni, Jackson mi ha detto:

Ascolta Elma, davvero io devo imparare molto e voglio imparare e ti dico che nel profondo del mio cuore il mio desiderio è amare tutto quello che stiamo vivendo; voglio rimanere se è un bene per i nostri bambini, per questo ho il cuore aperto per imparare.

Paloma mi ha detto:

Voglio andare fino alla fine per aiutare e salvare vite, perché qui ho imparato che la vita vale la pena, la mia vita è stata salvata da quando sono arrivata qui a lavorare.

Mio Dio! Non ho nessun dubbio che Dio mi voglia veramente qui e me ne accorgo nell’approfondire la relazione con questi giovani e con i bambini, con il resto del personale che tutti i giorni entra in contatto con noi per essere una compagnia concreta in questi momenti difficili.

I bambini sono il nostro pane quotidiano, ci insegnano ogni giorno a vivere con semplicità e con speranza, è molto bello il modo in cui si aiutano, come parlano con i loro genitori e padrini per avere le cure necessarie: lavare bene le mani, niente abbracci, baci e strette di mano perché sanno che è necessario per fermare il virus, perché loro non possono venire qui, perché sanno che non possono uscire di casa adesso. Un giorno in una videochiamata della madre di Manueli, in cui la mamma le ha chiesto perché i suoi capelli non fossero pettinati e legati, Manueli ha risposto: “Ma perché devono essere legati?” sua madre ha replicato: “Perché così sei bella” e Manueli prontamente ha ribattuto: “Mamma io sono bella con i miei capelli sciolti, mi piacciono sciolti, sono profumati perché Elma li ha lavati bene e adesso posso scuoterli”.

Abbiamo guadagnato un po’ di latte dall’impresa dell’ex marito di una mia amica, ho chiesto ai bambini chi avrebbe voluto ringraziare per la donazione: Nicoly si è offerta subito, ha chiesto un foglio e matite colorate. Quando ha finito il biglietto, ho mandato le foto alla mia amica. Il giorno dopo la mia amica mi ha detto che la proprietaria dell’impresa era rimasta commossa dal biglietto, sia per il disegno che per la scritta fatta da una bambina che nemmeno sembrava fosse in affido nella casa. Ha detto che quando finirà questa storia del virus vuole iniziare a fare un progetto dell’impresa con la Casa Novella.

In questo giorni ci stiamo dividendo i compiti: ognuno di noi rimane come riferimento o in casa, o nella cucina, o con i bambini. A me piace lavorare con i guanti e devo farlo quando sto in cucina. Un giorno dal nulla appare in cucina Maria Eduarda che praticamente non parla ancora e grida: “Tata, tata ti aiuto!” (lei mi chiama “Tata”). Quando ho aperto la porta lei aveva preso i guanti nella lavanderia e aveva trovato una cuffia nel bancone, l’aveva addirittura messa tutta storta ed era lì, pronta per aiutarmi! È incredibile come i bambini siano attenti a come facciamo le cose e vogliano imitarci.

Questo momento che sto vivendo è una grazia per me, anche davanti alla stanchezza o addirittura allo sfinimento alla fine della giornata (perché a volte Debora si sveglia alle 3 di notte). Non trovo le parole giuste per dimostrare la mia gratitudine, tutto questo è innanzitutto per la mia vita. I miei figli mi appoggiano e camminano con me: parliamo tutti i giorni e capiscono che ognuno ha la sua missione e che la mia è stata crescerli e adesso è contribuire ad un bene ancora più grande, perché ho la certezza che se tutti questi bambini fossero usciti dal mio grembo io farei tutto per loro e perché non farlo per quelli che mi sono stati affidati?

Sono certa che fino alla fine, quando tutto questo sarà finito e si potrà tornare alla nostra vita normale, vivrò esperienze grandi con questi giovani e questi bambini e voglio viverle fino in fondo!

Elma

 

Non vedo l’ora di abbracciarlo

Questo bambino è quello che più mi ha fatto disperare, ma ovviamente anche quello a cui mi sono affezionata maggiormente.

Ogni giorno mancano dei bambini, la classe non è mai al completo e le maestre non vengono avvisate prima. La maggior parte delle volte non vengono a scuola perché i genitori si dimenticano di portarli, non differenziando la domenica dal lunedì, o perché non riescono a svegliarsi in tempo. Quindi la mattina non sai mai chi sarà presente.

Un mese fa iniziavo la giornata sperando che lui non ci fosse; oggi non vedo l’ora di riabbracciarlo.

Non mi è ancora stato possibile conoscere la sua storia; so solo dell’assenza del padre.

Quando sono arrivata ho visto solo un bambino di 5 anni iperaggressivo e irrispettoso verso compagni e adulti. Notando l’esasperazione giornaliera della maestra, avevo capito che era meglio lasciarlo stare. Non parlando nemmeno la sua lingua non potevo pretendere di riuscire a fare qualcosa, là dove da anni nessuno ce l’aveva fatta.

Il piccolo è conosciuto in tutto l’asilo, ed è il principale tema di discussione durante le riunioni degli educatori. Se lo guardi s’incazza, se tutti i bambini si siedono lui è l’unico che ancora gira per la classe, se gli dici di non fare o non prendere una cosa, lui sicuramente lo fa, se gli passi accanto ti tira un pugno, e ogni volta che bisogna uscire dall’aula per andare a mangiare (quindi ogni 3 ore) si nasconde sotto il tavolo. Ho girato alla larga per parecchio, stando maggiormente con i bambini che mi volevano.

Non so cosa mi abbia fatto avvicinare, ma è successo. Prenderli sulle gambe per fare il “cavallino” è una cosa che adorano, e vedendo gli altri compagni una volta lo ha voluto fare pure lui. Penso sia iniziata così. Ma rimaneva l’unico contatto e quando lo guardavo si incazzava comunque.

Un giorno l’ho trotterellato per 20 minuti senza pausa: le mie gambe soffrivano maledettamente, la mia bocca era diventata tutta secca a furia di cantare la canzoncina che accompagna il cavallino. Penso pure di essermi addormentata ad un certo punto, mentre gambe e voce continuavano a muoversi e a riprodursi per inerzia. Se l’avessi fatto scendere avrebbe probabilmente iniziato a picchiare i compagni. Inoltre eravamo così esausti da quella giornata che non potevamo permettercelo.

Poi, piano piano, quando mi vedeva seduta cominciava ad avvicinarsi, quando lo mettevo a letto non mi respingeva e quando gli sorridevo ogni tanto ricambiava.

Ora mi sveglio la mattina sperando di trovarlo già in classe al mio arrivo; una volta ho saltato la scuola e l’indomani, quando mi ha visto, mi è corso in braccio dicendomi di aver avuto “saudade” (malinconia). Passiamo intere giornate a giocare insieme nella maniera più tenera possibile, e quando lo abbraccio e gli do un bacio lui ricambia felice. Più gli mostro affetto e più lui me ne dà. Se lo sveglio dal riposino mi sorride (c’è solo un altro bambino, qui, che non si arrabbia quando è disturbato nel sonno).

Da una settimana, quando bisogna andare a mangiare viene addirittura senza troppe storie. Io non padroneggio la sua lingua a sufficienza e quindi non ho potuto mai sgridarlo.

Forse è stato proprio il metodo diverso che ci ha legato, ammansendolo.

Però ieri era arrabbiato con dei compagni e quindi con il mondo. Mi ha tirato un pugno, e dopo mi sono seduta di fronte a lui senza sgridarlo. Gli ho detto che quando voleva poteva chiedermi scusa e abbracciarmi invece di picchiarmi. Mi sono messa a conversare con il bambino alla mia destra quando ho sentito un “disculpe” molto sottovoce.

 

[Testo e foto di Maria Paola Caiata]

 

Buon anno!! con un video

Carissimi amici di Rosetta,

eccoci giunti ad un nuovo anno che porterà direttamente dal Brasile nuove notizie e testimonianze riguardo le Opere Educative. Puntualmente non mancheremo di pubblicarle e condividerle con voi tutti che ci seguite con affetto e costanza.

Vogliamo accogliere ed iniziare quest’anno con una video intervista che illustra brevemente l’esperienza di missione e le attività delle realtà educative create e gestite da Rosetta e i suoi collaboratori. Cogliamo anche l’occasione per ringraziare pubblicamente chi l’ha realizzata.

Come sempre vi siamo grati se vorrete condividere e commentare.

Buon Anno Nuovo a tutti!

Chiedere aiuto

Questa mattina una donna ha telefonato a casa per chiedere aiuto a Rosa.

I suoi nove figli un po’ di anni fa venivano nei nostri asili; il marito è stato in prigione e un giorno ha portato in casa un gruppo di uomini che hanno abusato di lei.

Questa è solo una delle esperienze terribili che quella donna ha passato.

Non è usuale avere il coraggio e la forza di chiedere aiuto a chi non te lo ha mai negato. Quando sono arrivati a casa sua l’hanno trovata a letto alle due del pomeriggio. Ubriaca e disperata.

 

[Testo e foto di Maria Paola Caiata]

 

Occhi di cielo

“A forza di guardare il cielo, i miei occhi, che erano neri, sono diventati azzurri”.

Edimar era un ragazzino di 16 anni che viveva nelle favelas di Brasilia. “Tra quei casermoni tirati su in fretta, brulica una gioventù che aguzza l’ingegno per sopravvivere con ogni mezzo”. A capo di una banda, nel giro della droga, sempre con il freddo ferro della pistola a contatto con la pelle, Edimar un giorno ha conosciuto un’insegnante, Semia, il cui sguardo gli ha cambiato la vita: “A forza di guardare il cielo i miei occhi che erano neri sono diventati azzurri”. Edimar è stato ucciso a soli 16 anni per aver cambiato vita. Questa sera ho avuto il grande onore di conoscere Semia e di poter guardare gli occhi che hanno salvato quel ragazzo.

Di seguito la storia completa di Edimar:

Tra le bande di ragazzini di Brasilia, dove la vita non vale niente. Storia di Edimar e della sua scoperta: la novità promessa dai cristiani inizia già ora.

Samambaia significa “città delle felci”. Ma dietro l’immagine poetica c’è la realtà di una delle squallide città-satellite di Brasilia, la metropoli gigantesca, un milione e mezzo di razze miste. Samambaia è il gran quartiere dove il governo ha stipato pochi anni fa i descamisados, gente abituata a convivere con il delitto e la disperazione. Qui i banditi non sono personaggi da romanzo, ma ragazzetti magri, svelti e sospettosi come cani.

Tra quei casermoni tirati su in fretta, brulica una gioventù che aguzza l’ingegno per sopravvivere con ogni mezzo. Una vita di banda, dove i più giovani (14-16 anni) imparano presto ad obbedire agli ordini dei più grandi: ci sono cruzeiros e protezione se esegui a dovere il furto, lo spaccio, l’omicidio. La vita vale niente, lo san bene quei ragazzini randagi che hanno la paura della lucertola – fanno gli sbruffoni con le grandi pistole, hanno già occhi invecchiati nella droga e nell’alcol.

La prima regola per campare è non tradire. Oppure tradire di continuo, ma devi essere sicuro di far fuori l’ex-amico un attimo prima che sia lui a raggiungerti. In questo basso circo del sospetto e della violenza hanno un ruolo anche i poliziotti. I ragazzini lo sanno – fanno i ruffiani, le spie e non si fidano di loro. Il governo ha messo anche le scuole a Samambaia. Naturalmente. Al mattino i ragazzini stanno lì, un po’ ebeti, ma almeno al sicuro. Tra gli insegnanti, in una delle scuole, è arrivata da poco Semia. Viene da Belo Horizonte, dove ha incontrato CL. Il cristianesimo a Samambaia per i più non è nemmeno un ricordo. Semplicemente non esiste. Semia si mette a insegnare e alcuni ragazzi si accorgono di lei. Niente di speciale, o forse sì. Ci sono tante altre persone più importanti”, da rispettare, da servire per sopravvivere.

Ci sono i furti da fare, gli sgarri da far pagare, ci sono tutte le occupazioni della banda. Ma adesso c’è anche lei, che ha un nome che somiglia alla parola “seme”, quasi invisibile. E tutto come prima, ma Edimar e i suoi compagni si accorgono di lei.

Edimar ha sedici anni, lui e la sua banda ne hanno combinate molte. Già da tempo vive randagio, passando da una casa all’altra dei suoi compagni perché è continuamente minacciato di morte, per un motivo o per l’altro. i suoi genitori sono chissà dove, in un punto del quartiere alveare a tirare a vivere, hanno paura e questo basta a far dimenticare il figlio, ad abbandonarlo nelle braccia piene di notte di Samambaia. “Questa Semia ha qualcosa di speciale” deve aver pensato Edimar. “E adesso a questi cosa dico?” deve aver pensato Semia. Fatto sta che la banda ha iniziato ad andare a Scuola di comunità. Cosa sono un pugno di parole cristiane nei cuori di ragazzini di Samambaia? Cosa possono ottenere le parole di un sacerdote italiano ripetute nell’ombra di quei palazzoni, nell’ombra della paura e della consuetudine? Che effetto possono avere quei nuovi pensieri, quel nuovo accento in mezzo a tutti i mezzi pensieri, a tutti gli scatti d’istinto, ai calcoli svelti di ragazzini-bandidos?

Semia e i suoi nuovi amici non hanno indugiato. Si sono messi a leggere quel che era loro successo incontrandosi, si sono messi a leggere l’avvenimento che si era ripetuto tra loro. – Ogni sabato Edimar viene dai suoi rifugi, dopo aver avvisato i suoi e anche altri nuovi compagni, e sta alla scuola di comunità.

Quel qualcosa di speciale intraveduto in Semia inizia a farsi un poco più chiaro. Quel gergo cristiano inizia a farsi largo nella testa e nel cuore di chi ha usato finora solo il dialetto della violenza; le parole forti e fragili come quel volto e quella presenza di amica professoressa iniziano a trasformarsi in sentimento, in sorpresa, in sguardo anche per Edimar e per i suoi.

Sta succedendo qualcosa; Edimar lo capisce. Ogni volta s’incanta quando gli leggono questi versi: “A forza di guardare il cielo/ i nostri occhi che erano neri/ sono diventati azzurri”. E chiede a Semia: “Anche i miei, che sono così pieni di nero, diventeranno chiari?”. Nelle strade di Samambaia Edimar non ha mai avuto tempo per guardare un cielo, così troppo lontano dai suoi traffici. Deve stare attento alle spalle – ma adesso il cielo si è abbassato all’altezza dei suoi occhi neri. Lo può guardare, come si guarda dentro a una persona amata. Per Edimar l’azzurro non è più solo una promessa poetica, non è solo un futuro da ammirare pieno di dolorosa trepidazione; l’azzurro è già qui, come un amore che sostiene, nei suoi giorni ancora pieni di disastri; è già tra le cose visibili, toccabili come il selciato della strada, la voglia di andare a scuola, il saluto degli amici e il calcio della pistola che ha deciso di non usare più.

L’ultimo sabato di luglio, dopo Scuola di comunità, Edimar va ad una festa. Non avrebbe mai pensato di incontrare proprio lì il suo protettore, proprio quello che lo cercava e che sentendosi tradito non lo aveva più in simpatia come un tempo.

Il ragazzo più grande chiama Edimar, tira fuori una siringa e davanti a lui e a tutti gli altri si inietta la droga. È una sfida, un segno di superiorità, un modo per ricordargli la legge dell’esistenza delle bande. Mentre attende che la sostanza faccia effetto, il protettore estrae la pistola e tende il braccio verso Edimàr: “Mostra che sei ancora dei nostri” sembra dirgli con quel gesto. E gli ordina di raggiungere un suo nemico e di ammazzarlo.

Edimar dice che non ammazzerà nessuno, più nessuno. Il protettore va su di giri – è una disubbidienza grave, che va subito punita e con disprezzo, come si usa tra quelli di Samambaia: “Se non vuoi ammazzare più nessuno, allora tanto vale che tu stesso ti ammazzi”, intima. Ma Edimar non cede. Non rivolta l’arma contro se stesso, perché, come ha visto e imparato con Semia, la vita è un dono del Signore, è un Altro che mi fa. Questo è troppo per il protettore. È inammissibile che quel ragazzetto, proprio quello che era tra i più fidati, gli resista, e opponendosi cosi, senza usare violenza, abbatta d’un colpo tutta la legge delle bande, la legge della vendetta e del potere. Scarica tutti i colpi della pistola su Edimar, sui suoi sedici anni.

Nella città delle felci e degli occhi neri pochi sanno cos’è un martire e di averne uno tra loro. Per quasi tutti la vita prosegue angustiata e pericolosa. Ma a quei pochi, agli amici di Edimar, non venite a raccontare che il cristianesimo è una bella promessa che si realizza nell’aldilà o che Dio è come un cielo lontano: loro l’hanno visto il sangue di Edimar, hanno visto che i suoi occhi si stavano facendo più chiari. E che può assomigliare a Cristo anche uno dei tanti ragazzini delle bande di strada.

 

 

[Testo e foto di Maria Paola Caiata]